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CULTO, CULTURA E FUTURO

di Fabio "VegWizard" Costanzo foto di Denis Bernardon Entrare in un luogo di culto è sempre un momento capace di impressionare anche i più distaccati dalla spiritualità. L’imponenza maestosa di una cattedrale, la scalinata altissima di un antico tempio maya che si staglia verso il cielo, la cura dei particolari di una chiesa barocca lasciano sempre affascinato chi li osserva per il lavoro che hanno richiesto in relazione alla loro pratica utilità. Al loro interno si svolgevano o si svolgono cerimonie, un complicato insieme di gesti che spesso viene svuotato da ogni presenza mentale… spesso il pronunciare una preghiera scritta da altri, i movimenti imposti dalla prassi liturgica diventano vuoti, fatti perché “vanno fatti… perché lo fanno tutti”.


Come in questi edifici innalzati in nome di una potenza invisibile, mi sono sentito altrettanto colpito entrando in un vecchio macello, adibito, come in un idilliaco quanto utopistico futuro, a luogo per mostre o spettacoli culturali. Con un’indescrivibile sensazione surreale, mi guardavo intorno.. nella struttura non era cambiato niente: una larga navata centrale portava dritto ad un muro, sovrastato da un larghissimo tetto a spiovente sostenuto da una gelida impalcatura di metallo nero, da cui, ad intervalli studiati, erano installate grosse carrucole nere che reggevano pesanti catene le quali scendevano nei transetti dell’immenso capannone. Il che creava un contrasto ironico con le alte finestre ogivali, che ricordavano le finestre decorate delle case del Nostro Amorevole Signore…
Come in un luogo di culto, anche la vita in quel posto procedeva e finiva in una routine senza presenza. Sembrava si potesse vedere ancora il macellaio lavorare con sguardo assente, mentre poneva fine alle uniche vite veramente vissute coscientemente, fino all’ultimo, terrorizzante istante, di una morte violenta. Se non fosse per le catene accorciate, allo scopo di mantenerle fuori dalla portata dei visitatori, e per gli orrendi enormi ganci arrugginiti sospesi lungo i binari tra la navata centrale e le due laterali, divise in scompartimenti quasi separati da colonne, era facile immaginare gli animali agonizzanti appesi, squartati da mani di gente senza anima ed espressioni che poi avrebbero lavato il sangue grondato a terra, spingendolo con un getto d’acqua verso i grossi tombini lungo i bordi del largo corridoio…

Un luogo di morte, un luogo di culto per molti amanti della buona tavola, che, come i loro “sacerdoti”, inneggiano vuotamente alla bontà di una bistecca, all’incoerenza di chi cerca di limitare praticamente ed il più possibile la sofferenza del prossimo, al bisogno di avvelenarsi con del cibo inadatto, oltre che inutile. La liturgia continua, dentro e fuori i macelli, praticata da legalizzati boia di innocenti e sostenitori inconsapevoli degli infondati luoghi comuni che professano come unica ed indiscutibile fede… ma non lì. Quel macello era finalmente smantellato. Il fiume di sangue ha lasciato il posto alla cultura: una mostra ed uno spettacolo teatrale, proprio sotto le enormi finestre degne di una chiesa. Lo spettacolo era offerto, letteralmente, da un gruppo di artisti pordenonesi che portavano in scena “Lettere a Morricone” di Alessandra Cusinato. Uno spettacolo che con ironia, provocazione, rancore e sofferenza, raccontava le più diffuse situazioni che rendono gli animali i veri santi, i veri martiri involontari di una religione depravata e sanguinaria. Anche questo lasciava una sensazione agrodolce nel sangue e nella mente. Ciascun artista era portavoce di ogni singolo animale sacrificato in nome del vizio, vero Signore a cui il macello era dedicato. Sembrava come essere in uno strano dormiveglia: coscienti, ma intrappolati in un sogno. Eravamo proiettati in un futuro, sperato da sempre più persone, in cui si viveva l’era di una spiritualità non ipocrita, di una vita coerente con il riconoscimento del valore della vita e del rispetto. Eravamo in un futuro in cui le cerimonie non erano vuote, ma erano la libera espressione di sensibilità e conoscenza. Eravamo in un futuro in cui i luoghi di sterminio e tortura erano stati convertiti ad ospitare l’arte, il valore e la profondità della vera creatività umana. Eravamo… saremo.

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