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L’ORGOGLIO VEGAN A MILANO

tratto da www.veggiepride.it di Marco Reggio Un antipatico e piovoso maggio deve aver scoraggiato parecchi vegetariani dall'imbracciare cartelli e recarsi a Milano per il terzo Veggie Pride italiano a manifestare contro lo sfruttamento degli animali. Infatti solo una piccola folla, composta da circa cinquecento persone, ha occupato la piazza fin dalle prime ore del pomeriggio, mentre altre centinaia di vegetariani animavano l’analogo corteo a Lione. L'energia, però, non ha tardato ad emergere. Nonostante il numero di partecipanti più contenuto del previsto, la voglia di gridare"Basta!" al massacro di creature innocenti si è sentita a tal punto da far dimenticare la minaccia di pioggia. Al concentramento in piazza Missori si è manifestata una forza ricca di colori: rispetto all'anno scorso striscioni e cartelli hanno catturato l'attenzione dei presenti per la determinazione dei messaggi, incentrati esclusivamente sulla protesta chiara e ferma contro allevamenti, caccia e macelli.

I frenetici preparativi per rifinire i dettagli delle performances studiate nelle scorse settimane, hanno reso la piccola folla iniziale un vortice caloroso ed entusiasmante. Così, al momento della partenza, il gruppo di manifestanti si è trasformato in un’onda sorprendentemente decisa e comunicativa, attraverso slogan e cori, ma anche grazie a rappresentazioni quasi teatrali.

Decine di attivisti dai volti coperti da maschere bianche e inespressive hanno sfilato con le mani incatenate ed i numeri di matricola sul petto: icone del lutto causato da una vergognosa e incessante carneficina, in cui degli individui unici e irripetibili diventano numeri senza volto.
Le responsabilità del potere economico, politico e religioso, all’interno di un sistema che schiaccia avidamente la vita degli animali, sono state rappresentate simbolicamente da altri che hanno condotto il corteo indossando i panni del macellaio, del giudice, del business-man e del sacerdote. Alcuni “consumatori”, dotati di paraocchi, spingevano carrelli della spesa contenenti persone mascherate.

Abbiamo voluto colpire gli occhi dei passanti con alcune vasche di cartone ricoperte di cellophane, contenenti attivisti seminudi e sanguinanti di succo di pomodoro, a simulare confezioni di prodotti da macelleria, su cui campeggiavano inquietanti etichette simili a quelle delle confezioni di carne nei supermercati.

Gli striscioni, che sempre più contraddistinguono il Veggie Pride come manifestazione interamente pensata a rendere protagonisti gli animali e la loro sofferenza, senza bisogno di dover citare altri argomenti quali ambiente, salute o religione, riportavano frasi come: “Gli animali soffrono: non è abbastanza per non mangiarli?” Oppure: “La bistecca aveva una mamma”, “Disertare il massacro”, “Non posso nutrire mio figlio col corpo di un altro cucciolo”.

Ancora più risoluta rispetto all’anno scorso la volontà di smascherare ciò che sta dietro la derisione nei confronti dei vegetariani e le difficoltà sociali che ogni vegetariano incontra nell’affermare la propria presa di posizione contraria al sistema di sfruttamento considerato “normale”, ostacoli che impediscono alla questione animale di emergere in un dibattito pubblico e di mettere in discussione la legittimità dell’appropriazione del corpo degli appartenenti ad altra specie per il tornaconto di quella umana. “Deridere chi rifiuta la carne è disprezzare chi muore nei macelli” ribadiva questo concetto in uno degli striscioni più grandi.

L’emozione più intensa è stata quella di manifestare come vegetariani, chiedendo a piena voce la liberazione degli animali dai macelli e dagli allevamenti proprio nel cuore della città: infatti la novità di quest’anno è stato il percorso della manifestazione, che dopo aver attraversato Via Mazzini, ha costeggiato Piazza del Duomo, vorticosamente affollata come ogni sabato, per poi proseguire nelle altre strade del centro, fino a esaurirsi in Piazza Castello.

Circa a metà percorso una delle storiche pescherie di Milano, che da anni espone tristemente nelle sue vetrine tante piccole vittime adagiate sul ghiaccio, si è vista srotolare davanti all’entrata uno striscione lungo diversi metri con un messaggio più che eloquente: “Le urla dei pesci sono mute, il loro massacro non fa rumore”.

Musica e canzoni hanno accompagnato la protesta. I versi di una delle più famose recitano: “Son morto con altri cento, son morto che ero bambino, passato per il camino e adesso sono nel vento”, con la commovente corrispondenza nelle immagini dei tanti cartelli, pieni di mucchi di giovani vitelli, agnelli e conigli… che pur soffrendo come i bambini e morendo a centinaia, migliaia e milioni ogni giorno, non hanno canzoni, né citazioni a loro esclusivamente dedicate, pur essendo la loro sofferenza carnale uguale e miseramente uguale alla sofferenza della condizione umana.

Il corteo si è poi fermato in piazza Castello, dove sono state lette alcune poesie animaliste di Roberta Iuliano, il testo “Quando qualcuno diventa qualcosa…” di Fabio Vento, “Io sono un animale solidale con gli altri animali”, ed alcuni interventi sulla repressione del movimento animalista in Austria e sui recenti arresti di attivisti in Svizzera (alcuni dei testi letti nell’edizione 2010 e nelle precedenti edizioni sono pubblicati sul sito del Veggie Pride nella sezione “Documenti”).

“Qualcuno urlava… nessuno sentiva” riportava uno dei tanti cartelli presenti al corteo.
Nessuno vuole sentire le grida degli animali e allora, a maggior ragione, auspichiamo, per la prossima edizione del 21 maggio 2011, una partecipazione più numerosa ed ancora più energica di vegetariani e vegani italiani, affinché le voci degli innocenti, attraverso i nostri appelli, non rimangano inascoltate.

Foto e video del corteo milanese sono disponibili sul sito:
http://www.veggiepride.it/index.php?option=com_content&view=article&id=70&Itemid=50

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8 Commenti su L’ORGOGLIO VEGAN A MILANO

  1. ciao Marco. davvero non so che dire. stiamo tutti sempre molto attenti a rispettare la natura degli animali, ma dimentichiamo troppo spesso di rispettare la natura dell’animale uomo che, ahimè, è di cacciatore ed allevatore. perchè allora non prendersela con chi tiene gatti in casa, pesci rossi negli acquari, uccellini in gabbia, cani sul divano, o chi, semplicemente, indossa un paio di snickers o un chiodo? vegan o vegetariano? non è una possibilità di scelta concessa solo ai fortunati occidentali? non è un pò ipocrita come posizione? io sono qui, per un confronto tranquillo, rispettoso e civile, con chi volesse discuterne. capito Marco? CONFRONTO, non informazione scorretta, vigliacca e unilaterale!

  2. com’è? avete già trombato il mio commento? mmmhhhh….molto democratici…. davvero….poi coraggiosi, fieri delle proprie idee e posizioni e pronti ad argomentarle, complimenti, non c’è che dire.

    Marco Laurenti

  3. ah, rimesso…

  4. Ciao Marco Laurenti. Il tuo commento non era ancora stato approvato, tutto qui.

  5. comunque, a parte un confronto già iniziato con l’autore dell’articolo, ho scritto su numerosi blog come questo, ma, ancora, di persone pronte a rispondere alle mie domande e confrontarsi con me non ne ho trovate…

  6. Uhm… strano questo tuo ultimo commento… forse non si capisce quali siano queste domande… La tua affermazione circa la “natura dell’animale uomo”, ossia “che, ahimè, è di cacciatore ed allevatore” è totalmente errata e fuorviata. Forse la tua domanda è “perché allora non prendersela con chi tiene gatti in casa, pesci rossi negli acquari, uccellini in gabbia, cani sul divano”? Per quanto riguarda gli uccellini in gabbia ed i pesci nell’acquario siamo d’accordo. Entrambe le specie dovrebbero vivere nel loro habitat, mare e cielo. Per quanto riguarda i gatti in casa e i cani sul divano… beh questi animali sono cresciuti assieme all’uomo e dello stesso ne apprezzano la compagnia. Siamo diventati interdipendenti, noi ci prendiamo cura di loro in cambio del loro affetto. Questo ovviamente nell’ottica di un rapporto sano con essi, tralascio i casi di “collezionismo animale”, di cani a catena ecc… Se la società odierna fosse a misura di cane e gatto, quindi automobili che non corrono a 500 all’ora sulla strada davanti casa tua per giocare all'”acciacca il gatto”, vicini di casa che non li avvelenano, che non ti minacciano di morte se il gatto sale sulla macchina, società in cui il cane che abbaia è considerato come un essere che si esprime così come un bambino urla e piange o un vecchio cammina piano per strada, in cui l’abbandono non esiste, in cui i canili non straripano; allora ok sarei d’accordo nel lasciar che la natura faccia il proprio corso. Ad ogni modo esistono colonie feline in quasi tutte le città, colonie che PUNTUALMENTE vengono prese di mira dall’intollerante (umano) di turno. Forse la tua domanda verteva su chi “indossa un paio di snickers o un chiodo”? Non capisco cos’abbiano le snickers di sbagliato ed è ovvio che una persona che indossa un chiodo (di pelle) forse qualche ulteriore passo lo deve ancora fare. E cosa intendi per “vegan o vegetariano”? Per quanto riguarda la “possibilità di scelta concessa solo ai fortunati occidentali” mi puoi trovare parzialmente concorde. Nel senso che il veganizzare il mondo può essere tranquillamente visto come un voler veganizzare l’opulente, sprecona e obesa “civiltà” occidentale. Sì la scelta la facciamo noi, e nessun altro essere vivente come l’occidentale medio è più disastroso per il pianeta. L’impronta ecologica che lasciano gli abitanti del villaggio di pescatori in Amazzonia non sarà MAI paragonata a quella dell’americano medio lobotomizzato da McDonald’s. Ma questa penso sia una cosa così evidente che non ci sia bisogno di spiegarla, mi sbaglio? Cmq la bottom line è che se tutto l’occidente diventasse veg di sicuro ci sarebbe cibo per tutto il mondo, l’inquinamento si ridurrebbe esponenzialmente e tutti ne trarremmo beneficio. Non trovo nulla di ipocrita nel desiderare per tutti una vita migliore.
    Simona

  7. daccordo, allora salviamo la vacca occidentale e non preoccupiamoci di quella mediorientale o africana, perché l’impatto delle popolazioni indigene è minore di quello della popolazione occidentale.
    ma il punto non era che ogni animale avesse il suo legittimo diritto di non soffrire? Una filosofia di vita tanto difesa non può fare distinzioni! che vuol dire uccelli e pesci sì, cani e gatti no perchè siamo interdipendenti? un felino ed un canide sono cacciatori, e seppur morale ed affettivo, lo sfruttamento è sfruttamento! Provate a portarli in campagna, provate a vedere cosa succede ai vostri grassi amici da divano quando riassaporano il “richiamo della foresta”, e se, per puro caso, riescono ad acchiappare un topino, vediamo se riuscirete ancora ad avere scambi affettivi con loro o sarete costretti a tenerli alla catena!
    eppoi, considerate cani e gatti domestici come bisognosi e desiderosi di cure, ma pensate che un bovino odierno sia in grado di sopravivere allo stato brado, non siamo forse interdipendenti anche con lui?
    mi pare pubbliciziate la necessità di campagne di sterilizzazione, per ovvie ragioni condivido questa posizione, ma sono ben conscio che nessun gatto o cane ti direbbe “ma si, và, tagliami le palle!”
    il punto è che non ci si può ergere ad esseri migliori solo quando conviene:
    le snickers sono fatte con la pelle delle vacche macellate…
    marco

  8. Non tutte le snickers sono fatte di pelle. Quelle che lo sono, non vengono indossate da un veg. E ti faccio presente che la pelle delle scarpe molto spesso non è la stessa delle vacche macellate per consumo. Le due “catene di smontaggio” non sono interdipendenti. Ci sono le mucche da cibo e quelle da abbigliamento. Lo sapevi? Io cmq direi che tu prendi quello che ti fa comodo del mio commento e mixi a tuo piacimento. Ho detto che NOI occidentali siamo il danno di questo pianeta, non le vacche. Dico che è UTOPICO che tutto il mondo diventi vegetariano e che REALISTICAMENTE non potrei rompere le palle agli abitanti del villaggio di pescatori dell’Amazzonia perché vivono di quello e non sprecano. Cani e gatti che caccino pure le loro prede, loro sono stati pensati per quello scopo, noi NO. Le campagne di sterilizzazione sono pensate ovviamente perché è una pezza al mondo che abbiamo contribuito a creare noi. Se li lasciassimo riprodurre all’infinito verrebbero uccisi in miliardi di altre maniere DALL’UOMO. Siamo noi il canrco di questa, non di certo gli animali che si autoregolerebbero se esistesse un mondo “suitable” per loro. un bovino nato e cresciuto in allevamento ovviamente non sarebbe in grado di vivere allo stato brado ma… non capisco davvero quale sia il tuo punto. Io personalmente cerco di lavorare per fare il meglio che posso per TUTTI gli animali, compreso l’uomo e questo significa ridurre x quanto possibile la mia impronta ecologica e cercare una convivenza con gli animali… animali che abbiamo ormai snaturato…
    Simona

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